Dalle strade di New York al servizio delcatino: il viaggio di fede e libertà di Vincenzo D’Alleva, che il 25 giugno diventerà sacerdote

Dall’abbraccio della famiglia tra i ragazzi fragili di Chieti fino alle luci di New York, la storia di Vincenzo D’Alleva è il racconto di una vocazione maturata nel realismo della vita quotidiana.
Alla vigilia della sua ordinazione presbiterale, il diacono ripercorre gli anni del seminario romano, gli incontri nei territori di frontiera e il servizio accanto all’Arcivescovo Padre Bruno, svelando il suo sogno di una parrocchia che sia “casa tra le case”, fondata sull’umiltà, sul perdono e sulla gioia condivisa.

1) Come è nata la tua vocazione e quale ruolo ha avuto per la sua maturazione la tua famiglia e la comunità parrocchiale?

Il primo seme della mia vocazione è stato gettato in famiglia. Per molti anni i miei genitori hanno prestato servizio come volontari presso l’Istituto San Luigi Gonzaga di Chieti, accogliendo insieme alle suore francescane bambini e ragazzi segnati da situazioni familiari difficili. Da questa esperienza ho imparato, senza tante parole, che la vita trova la sua verità e bellezza
autentica quando diventa dono.
Ricordo in particolare un episodio, che mi ha segnato profondamente: durante un Natale, alcuni bambini rimasti in istituto mi chiesero di restare con loro per alcuni giorni, affinché si sentissero meno soli. Ero molto piccolo, ma quei giorni vissuti accanto a loro mi hanno fatto sperimentare una gioia pura, essenziale, diversa da tutte le altre. È lì che, forse per la prima volta, ho intuito
che donarsi rende felici. Negli anni dell’adolescenza, anche attraverso l’incontro con una comunità cristiana viva, ho
iniziato a conoscere più in profondità il Vangelo e ho fatto una scelta ancora più consapevole.
Non è stato un cammino lineare e non sono mancati momenti di smarrimento. Ma proprio dentro quella ricerca è maturato un rapporto personale con il Signore, fatto di fedeltà quotidiana, come la partecipazione alla Messa.
Per molto tempo non pensavo al sacerdozio. Immaginavo di vivere la mia fede nel lavoro, cercando di essere un buon cristiano nel mondo. Questo mi ha portato anche lontano, dopo gli studi universitari, fino a vivere due anni a New York. Avevo una vita piena: un buon lavoro,
relazioni, stimoli culturali. Eppure, proprio lì, attraverso incontri semplici, come quelli del sabato mattina con il parroco della parrocchia dell’Immacolata Concezione di Astoria, che mi accompagnava spiritualmente, è maturata una domanda più profonda: “Per chi stai vivendo?”.
La risposta non è stata immediata né facile. Ma a un certo punto ho compreso che il Signore mi chiedeva di lasciare qualcosa di buono per accogliere qualcosa di più grande. Tornare non è stato un passo scontato. La mia famiglia mi è stata accanto, soprattutto con la preghiera, ma non sono mankate fatiche e incomprensioni, che però si sono rivelate preziose: mi hanno aiutato a verificare le motivazioni e a cercare non tanto il consenso degli altri, quanto la verità della chiamata. Se dovessi dire oggi cosa ha guidato questo cammino, direi che quando si vive nella disponibilità di imparare ad amare, ricominciando sempre, il Signore apre strade che non avevamo previsto. E ci insegna che la vita non si trova trattenendola, ma donandola. In fondo, ho solo restituito quello che io stesso ho ricevuto, como un atto di gioia e di libertà profonda.

2) Come hai vissuto gli anni del seminario?

Ho vissuto gli anni della mia formazione al Pontificio Seminario Romano Maggiore: un tempo intenso, immerso nella bellezza di Roma ma anche segnato dai profondi cambiamenti che hanno attraversato la Diocesi del Papa e la vita stessa del Seminario. È stato un cammino non scontato, che mi ha chiesto una conversione dello sguardo: ho dovuto imparare a non fermarmi
alle mie attese o alle immagini ideali che avevo in mente, per accogliere invece la chiamata nel suo senso più nudo e profondo.
Proprio dentro questo percorso, lo Spirito mi ha insegnato a distinguere tra ciò che passa e ciò che resta. Ho capito che, mentre le strutture e le contingenze cambiano, ciò che rimane incrollabile è la relazione con il Signore e la Sua fedeltà quotidiana. Il seminario, con le sue luci e le sue ombre, è stato per me una vera scuola di realismo e di libertà: mi ha mostrato che la vocazione non cresce in una “bolla” di condizioni perfette, ma si incarna nella vita concreta, così com’è, attraverso i volti e le storie delle persone che Dio ci mette accanto.
Se dovessi fare una sintesi di ciò che porto nel cuore, direi questo: ho imparato che seguire il Signore non significa percorrere una strada tracciata secondo i propri schemi, ma fidarsi di Lui.
È nei momenti di spiazzamento, che la chiamata si fa più vera, più libera e più radicata. Porto con me anche la grazia di un servizio svolto come seminarista in diverse parrocchie di Roma e di due anni vissuti interamente in una parrocchia nel quartiere Parioli, dove ho respirato la bellezza della pastorale quotidiana. Roma mi ha permesso inoltre di toccare con mano l’universalità della Chiesa: fare amicizia con seminaristi provenienti da ogni angolo del mondo è stata un’esperienza di cattolicità che mi ha allargato il cuore, ricordandomi che il Vangelo parla tutte le lingue del mondo.

3) A quale modello di presbitero hai guardato? Quale modello di santità ti ha aiutato in questi anni?

Più che a un modello ideale, ho guardato a volti e storie concrete. Alcuni anni fa, per motivi di lavoro, ho avuto la possibilità di viaggiare tra Etiopia, Kenya, Turchia e Israele, vivendo per alcune settimane in comunità cristiane dove sacerdoti e religiosi operavano in contesti difficili, talvolta segnati anche dalla guerra o da forti tensioni sociali. Stare con loro è stata una vera scuola di vita e di servizio. Non mi ha colpito anzitutto ciò che facevano, ma il modo in cui vivevano: una libertà interiore evidente, un cuore non ripiegato su sé stesso, la capacità di rimanere anche quando tutto spingerebbe ad andarsene. E soprattutto la loro gioia: non superficiale, ma autentica, radicata in qualcosa di più profondo delle circostanze. Erano accanto alla gente condividendo fatiche, paure e speranze, portando il peso della vita insieme agli altri, con una creatività che nasce dalla fede.
Per questo, se devo dire a chi ho guardato, direi così: a presbiteri che hanno preso sul serio il Vangelo, che non si sono limitati a spiegarlo, ma lo hanno vissuto. Uomini che, con la loro esistenza, testimoniano che Dio è Padre e che nessuno è dimenticato.
Non c’è poi un unico modello di santità, perché ognuno mi ha dato qualcosa.

Se con i santi abruzzesi c’era già un’amicizia di lunga data, gli anni vissuti a Roma mi hanno dato la grazia di sostare spesso in preghiera accanto alle tombe di alcuni santi, che sento pure come amici:
● San Filippo Neri
● San Paolo
● San Pietro
● San Giuseppe Benedetto Labre
Da ciascuno di loro, in modo diverso, ho imparato una cosa sola: che Dio basta.

4) Come hai vissuto il tuo diaconato e in quale comunità hai fatto questa prima esperienza pastorale?

Ho vissuto il mio diaconato come un tempo di “scuola itinerante”, lasciando che fosse la Divina Provvidenza a tracciare la rotta, più che i miei programmi personali. Ho cercato di abitare la realtà così come mi si presentava, e oggi posso dire che la ricchezza di questo tempo da diacono è nata proprio dalla varietà delle situazioni che ho incontrato.
Da circa un anno ho il dono e l’onore di accompagnare il nostro Arcivescovo, Padre Bruno, nei suoi impegni, specialmente durante il fine settimana. Stare accanto a lui è stata per me una grazia straordinaria: ho potuto sperimentare e accogliere la sua paternità, vivendo questo legame come un figlio nello spirito e come un diacono che impara dal suo pastore. Ma questo
servizio mi ha regalato anche la possibilità di avere uno sguardo d’insieme sulla nostra Diocesi.
Accompagnando Padre Bruno, non mi sono limitato a una sola parrocchia, ma ho imparato a conoscere il volto dell’intera nostra Chiesa locale. Ho incontrato i presbiteri che la guidano, ho ascoltato le domande e le speranze di tanti giovani e ragazzi, ma ho anche toccato con mano le problematiche e le fatiche che attraversano le nostre comunità, specialmente quelle più isolate
e con sempre meno abitanti. È stato un ascolto condiviso, spesso silenzioso, ma profondo.
Durante la settimana, poi, il mio diaconato si è fatto più “feriale” e capillare. Alcuni sacerdoti e comunità mi hanno invitato a predicare, a benedire le case o semplicemente a stare vicino alle persone nei momenti di soglia. Ho visitato malati e persone fragili in circostanze diverse, ricevendo da loro testimonianze di fede che mi hanno profondamente arricchito.
Tra le esperienze che più hanno segnato il mio cuore, porto con me l’aver accompagnato Don Panfilo nell’ultimo tratto del suo cammino terreno, insieme a tanti fratelli e sorelle. E, non ultimo, il dolore profondo di dover predicare al funerale di Antonio, un caro amico di soli 35 anni che ci ha lasciati di recente. In questi momenti di buio e di morte, dove le parole umane vacillano, ho
constatato come l’amore di Dio sia l’unica luce capace di sostenere e di illuminare anche l’ombra più fitta.

5) Cosa ti aspetti dalla comunità dove svolgerai il tuo ministero come presbitero?

Desidero entrare in questa comunità «in punta di piedi» e con profondo rispetto: essa possiede già una storia, un volto e una bellezza che io sono chiamato a servire, non a possedere. Più che un elenco di “cose da fare”, porto nel cuore il desiderio che questa parrocchia sia una comunità piena di vita e di freschezza, capace di vibrare in sintonia con la Chiesa locale e universale,
senza mai ripiegarsi su se stessa. Il mio sogno si riassume nel motto di Papa Leone XIII, «In illo uno unum»: imparare a essere «una cosa sola in Colui che è uno». Se Gesù fosse qui oggi, forse ci ricorderebbe che la nostra forza non risiede tanto nell’efficienza organizzativa o in un’uniformità esteriore, ma nel “rimanere” in Lui. Più avremo il cuore di Cristo, più ci
riconorremo figli di un unico Padre e fratelli: l’unione con il Maestro è l’unica vera radice della nostra comunione. Spero in una parrocchia dove l’amore di Dio non sia un’astrazione, ma un’esperienza reale che scuote l’esistenza e diventa lievito di giustizia per la città degli uomini.
Perché questo accada, dobbiamo avere la “spina dorsale” del Vangelo. Immagino la parrocchia come una scuola di umiltà, dove ci si allena insieme all’arte di farsi piccoli per lasciare spazio a Dio. Vorrei una comunità che non si accontenti di essere un «ricreatorio a basso costo», come ammoniva don Lorenzo Milani, o una semplice «tisana della sera» per sentirsi un po’ meglio,
ma un luogo generativo dove regni l’armonia dei carismi e uno non prevalga sull’altro. Un luogo dove l’ego di ciascuno faccia un passo indietro per vivere in novità di vita, cercando unicamente la gloria del Padre. Solo così la parrocchia diventa una “casa tra le case”, dove nessuno e sottolineo nessuno debba mai sentirsi straniero.
Lo stile delle nostre relazioni sarà il nostro primo annuncio. Mi aspetto una comunità animata da una vera parresia: il coraggio cristiano di parlarsi con franchezza e amore, guardandosi negli occhi. Ma la verità, da sola, rischia di ferire se non è abbracciata dall’accoglienza e dal perdono reciproco e continuo. Sogno una parrocchia dove perdonarsi sia lo stile ordinario e dove la
pazienza di ricominciare sia sempre più forte di ogni incomprensione. Mi auguro perciò di essere un fratello e un padre con cui il confronto sia sempre fecondo.
Infine, vorrei che fossimo una comunità che non teme la realtà, pronta a studiare e a formarsi con serietà per abitare il nostro tempo con intelligenza e fede. Sento l’urgenza di una parrocchia che abbia il coraggio di uscire verso gli ultimi e i “lontani”, non per fare proselitismo, ma per condividere con gratuità la bellezza ricevuta dal Signore. In tutto questo, non dovrà mai mancare il buon umore: abbiamo bisogno di una fede sana e allegra, capace di abbinare il sorriso alla responsabilità di un impegno serio.
Sogno, in definitiva, un piccolo popolo che nasca e rinasca dal Vangelo ogni giorno. Vorrei che fossimo semplicemente questo: un luogo di gioia condivisa, una casa di speranza e un segno luminoso del Regno di Dio nel cuore del nostro territorio.

6) Come stai vivendo questo momento prima dell’ordinazione?

Durante gli esercizi spirituali in preparazione all’ordinazione ho potuto meditare a lungo sul come Gesù ha abitato la sua “Ora” nel Vangelo. In questo tempo che precede l’ordinazione ho la gioia di condividere il mio cammino con un altro diacono, Don Luca: tra una scelta per la liturgia e un dettaglio organizzativo per il rinfresco, scopriamo sempre meglio che il ministero non è mai una corsa solitaria, ma un cammino di comunione dove ci si sostiene a vicenda.
In questo percorso mi sento guidato anche dall’esempio di fratelli presbiteri che hanno già speso la vita nel servizio e dai quali cerco di imparare ogni giorno cosa significhi essere pastori.
Con la loro saggezza e i loro anni di esperienza, mi mostrano che la fedeltà è fatta di piccoli passi quotidiani. Vivo inoltre questa vigilia con trepidazione, consegnando le mie paure e la mia piccolezza nelle mani del Padre. E mentre mi preparo ad essere ordinato presbitero, sento che la vera sfida è saper restare con il “grembiule” stretto ai fianchi, pronto a quel servizio del catino
e dell’acqua che Gesù ha indicato come l’unica vera altezza concessa a un prete: quella di chinarsi ai piedi dei fratelli.
La mia pace in questi giorni nasce da quell’unica domanda che Gesù rivolse a Pietro: «Mi ami tu?». È a Lui che rispondo: “Signore, tu sai tutto, lo sai che ti voglio bene”. Per questo consacro me stesso, non per una gloria personale, ma per essere un dono di gioia e di speranza per la nostra Chiesa e per ogni persona che incontrerò lungo la strada.

7) Che consiglio daresti a un ragazzo che scoperta la sua vocazione decide di percorrere la strada per farsi prete?

A un ragazzo che sente nascere dentro di sé questa chiamata direi anzitutto che la vocazione non è un’emozione passeggera da inseguire, ma una strada da verificare con pazienza e umiltà, guardando in faccia la realtà, chiedendosi con sincerità che cosa si è disposti a lasciare e che cosa no e, soprattutto, per Chi lo si fa.
Allo stesso tempo gli direi di non pensarsi mai da solo. Il rischio più grande è vivere la vocazione come uno sforzo personale. In realtà, è sempre una relazione: con Dio e con i fratelli.
Un altro consiglio è quello di guardare avanti con uno sguardo libero, aperto a ciò che il Signore prepara, con totale fiducia e abbandono filiale. Infine, gli direi di imparare fin da subito lo stile del servizio. Il sacerdozio non è un ruolo da occupare, ma una vita da donare. Gesù non ha cercato i primi posti, ma si è consegnato e consumato per amore. Chi sente questa chiamata deve desiderare di fare la stessa cosa.
In sintesi, il consiglio è semplice: sii vero, non camminare da solo e fidati del Signore. Perché, come ricorda il Vangelo, non siamo noi a scegliere per primi, ma è Lui che chiama e accompagna, passo dopo passo.

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