don gianluca catania

“Dall’avere all’essere: il cammino verso Dio”

Commento al Vangelo di don Gianluca Catania

Il Vangelo di questa 26ª domenica del tempo ordinario si presenta con due immagini imponenti, fortemente in contrasto. Da una parte, il ricco epulone e dall’altra, il povero Lazzaro. Il ricco gode dei piaceri della vita, senza moderazione alcuna; il povero, non riesce a sfamarsi neanche con ciò che cade a terra dalla tavola.

Dunque, si oppongono due specie di sazietà: quella generata dai beni materiali che corrisponde al vuoto e la pienezza della presenza di Dio, propria di chi ha incontrato l’amore infinito.

Due sono le condizioni che emergono nella sequenza della vita dei due personaggi della parabola: la passione per la mondanità, accompagnata dall’indifferenza e l’amore vero. L’uomo mondano, indifferente verso i bisogni del prossimo, di tutto conosce il prezzo, tutto valuta e monetizza, ma di nulla conosce il valore; i veri amanti di Dio, invece, sono capaci di offrire, di condividere e non misurano ció che donano. Infatti, nella parabola, il povero Lazzaro è identificato con un nome, che significa “Dio aiuta”, mentre il ricco è privo di identità, viene solo indicato come “epulone”, appunto come un gaudente.

Il ricco “epulone” confonde la sua identità con la posizione sociale che occupa, con la raffinatezza delle vesti, con l’abbondanza dei suoi mezzi e i lauti banchetti. Come tanti, al giorno d’oggi, fa emergere il primato dell’avere su quello dell’essere, mostrando l’inconsistenza di un’identità in crisi!

Tuttavia, una volta conclusasi l’esperienza terrena, il povero si ritrova nello splendore dell’assemblea divina, insieme ad Abramo, mentre il ricco soffre tra i tormenti degli inferi. Interviene un’inversione del quadro precedente che non deve essere intesa come una risposta vendicativa da parte di Dio, quanto piuttosto come una luce proiettata sui valori veri da attenzionare durante la vita.

Gesù, attraverso la parabola, non espone una condanna della ricchezza, ma dell’idolatria del possedere e dell’indifferenza verso il povero.

Il capovolgimento delle sorti dei due personaggi vuole provocare uno scossone, sollecitando l’importanza delle relazioni, della condivisione, del riconoscimento dell’altro, soprattutto di chi versa nell’indigenza.

Questo esito non può essere ascritto neppure ad un tentativo di Gesù di edulcorare la realtà dei poveri, promettendo un ristoro futuro nell’aldilà, ma, nell’intento di salvare tutti, vuole sensibilizzare anche i ricchi circa il rischio che corrono, a causa dell’ingiustizia che vivono.

Chi è pieno di sè, non ha spazio per Dio e per gli altri, crede di “salvarsi” con le proprie risorse, autonomamente, ma così si autocondanna ad una vita vuota e priva di senso.

Sorprendente è il finale di questa vicenda poiché il ricco epulone, seppur tardivamente, si preoccupa del futuro dei suoi fratelli; quindi, chiede un segno che sia rivelativo della verità, ma la sua richiesta rimane inevasa nella risposta di Abramo che ripropone Mose e i profeti, come la via maestra da seguire.

Oggi, potremmo dire che non abbiamo bisogno di cercare altri segni, dopo aver conosciuto il Vangelo.

Don Gianluca Catania

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