Con l’Ascensione, chi è salito al cielo cammina accanto a noi ogni giorno e ci chiama ai luoghi concreti dove la nostra vita si svolge
(Commento al Vangelo di don Andrea Manzone)
Le letture dell’Ascensione ci pongono davanti a un evento che non è mai stato facile da capire, e forse è bene cominciare con onestà da questo: l’Ascensione è il mistero che noi siamo più tentati di fraintendere.
Il rischio è di leggerlo come una partenza. Come un addio. Come se Gesù, dopo la Risurrezione, avesse detto: «Bene, il lavoro è fatto, ora torno a casa». Ma non è così. L’Ascensione non è la fine della presenza di Cristo: è il suo nuovo modo di essere presente, universale e definitivo.
Lo dice bene la Lettera agli Efesini: il Padre ha insediato Cristo «sopra ogni principato e autorità, potenza e dominazione» e «ha messo ogni cosa sotto i suoi piedi». Non è un’immagine di distanza, ma di signoria: il Risorto regna, e il suo regno abbraccia tutto.
Ma torniamo all’inizio, agli Atti degli Apostoli. Luca racconta che gli apostoli, dopo aver visto Gesù elevarsi nella nube, rimangono «a fissare il cielo». È un’immagine che fa sorridere e commuove insieme: uomini che guardano in su, paralizzati dallo stupore, incapaci di muoversi.
Quante volte anche noi assomigliamo a loro? Quante volte la nostra fede è una fede che guarda in su, che aspetta un segno straordinario, che rimanda il proprio impegno a un domani sempre più lontano? Gli angeli li richiamano bruscamente: «Perché state a guardare il cielo?». Non è un rimprovero crudele: è la misericordia di Dio che non ci lascia sognatori inutili, ma ci chiama alla storia, alla concretezza, alla strada.
Ed è precisamente su questa strada che si situa il brano di Matteo. «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni»: il verbo greco è poreuthentes, “mentre andate”, quasi a dire che il mandato non è separato dal camminare.
Non c’è prima un “preparatevi” e poi un “andate”: la missione avviene nell’andare stesso, nel mezzo della vita ordinaria, dentro le relazioni imperfette e il mondo incompiuto.
C’è però un’altra cosa che colpisce nel brano: «alcuni però dubitarono». Matteo non censura il dubbio degli undici, non lo nasconde sotto un tappeto di edificante entusiasmo. I discepoli che ricevono il mandato universale sono gli stessi che, davanti al Risorto, esitano. Il dubbio non esclude dalla missione: anzi, forse la rende più vera, più umana, più affidabile. La fede matura non è quella che non ha mai vacillato, ma quella che ha attraversato il dubbio e ha scelto comunque di restare.
Infine, le ultime parole del Vangelo di Matteo sono una promessa: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Non “sarò” con voi quando ne avrete bisogno: “sono”, presente, adesso.
L’Ascensione non toglie Cristo dal mondo: lo libera dai confini di un corpo che cammina in Palestina e lo rende contemporaneo a ogni uomo, in ogni tempo, in ogni angolo della terra. Il Signore che sale non si allontana: si avvicina a tutto e a tutti.
Allora la festa dell’Ascensione non è il giorno in cui piangiamo una partenza, ma il giorno in cui prendiamo atto di una presenza nuova e definitiva. E – come gli apostoli – siamo rimandati alla strada, ai nostri «Gerusalemme, Giudea, Samaria», ai luoghi concreti dove la nostra vita si svolge, con la certezza che chi è salito al cielo cammina ancora accanto a noi, ogni giorno, fino alla fine.
