“Chi è Cristo? Un volto umano nuovo”

(Commento al Vangelo di Zaccheo a cura di don Simone Calabria)

“Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.

C’è un grande rischio di fronte alla pagina del Vangelo di Zaccheo, quello di pensare che i perduti (“ciò che era perduto”) siano gli altri, quello di pensare che quelli che Gesù è venuto a salvare siano appunto «i perduti»: ladri, adulteri, assassini… E questo è un grave rischio, perché se non facciamo parte di questa categoria (gente perduta e perciò bisognosa di salvezza) allora per noi è inutile esser qui, anzi per noi è inutile Cristo! Che bisogno abbiamo di Cristo se non abbiamo il desiderio di essere salvati, se non ci rendiamo conto che la nostra vita è perduta?

Con quale domanda nel cuore poco fa siamo entrati in Chiesa? Come affrontiamo gli eventi della giornata?

Certo, se andiamo fieri del nostro egoismo, della nostra sicurezza, bravura, Cristo è morto inutilmente per noi.

Da dove nasce questo grido di esultanza? Dalla coscienza del proprio niente: «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita (…)».

Chi è Cristo, chi è Costui? Un volto umano nuovo.  

Sulla riva del lago di Tiberiade, tra le colline di Galilea, lungo la sponda del fiume Giordano, tra le mura di Gerusalemme, uomini e donne, per lo più semplici, hanno incontrato un giorno un uomo senza paragoni possibili.

Era Gesù di Nazareth. La sua umanità era così inconsueta ed eccezionale da provocare stupore, meraviglia, ammirazione e affezione, come anche invidia e irritazione. Perché era diverso da tutti gli altri. Era buono, molto buono.

Aveva uno sguardo appassionato e reale sulle vicende umane, anche le più piccole. Ti guardava negli occhi come nessun altro. Stava volentieri coi più poveri e i bisognosi, con gli ammalati, e perfino coi peccatori. E, quando parlava o agiva, infiammava il cuore, lo faceva sussultare. E poi faceva miracoli, guarigioni, prodigi che suscitavano meraviglia e timore.

Ma era la sua stessa persona, in tutto quello che era e faceva, a lasciare a bocca aperta, tanto da chiedersi: chi è costui? Ed ecco la figura di Zaccheo (ognuno di noi):

«I soldi: l’unico interesse, l’unico piacere, l’unica misura. Chi ha i soldi può tutto. E Zaccheo ne faceva molti: riscuoteva le imposte, frodava un po’, insomma s’arrangiava. Eppure gli rimaneva addosso un’inquietudine, come un’ansia nel petto, un desiderio ancora pieno d’ombra. Gli avevano parlato di Gesù. Così quando passò da Gerico, fu curioso di vederlo. Ma c’era troppa folla. Allora salì su un sicomoro grosso e scuro, e da lì riuscì a vederlo passare. Lui lo vide. 

Quegli occhi lo travolsero. E provò una fitta di vergogna, come un bambino, e credette di arrossire, e quasi scoppiò a piangere. E Gesù disse, col tono allegro come di chi scherza: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua. Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia”. E Zaccheo credette di sognare. Mangiò di gusto, parlò con la moglie, giocò con i bambini. Non comprendeva quello che stava accadendo. Infatti Gesù sapeva quello che Zaccheo aveva fatto nella sua vita, quanto era sporco e ladro. Lo sapeva: e nonostante questo Lo trattava come se fosse il più caro dei suoi amici. Per questo fu così facile per Zaccheo aprirgli il cuore e dirgli: “Ecco, Signore, io do la metà dei di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”.

Fu naturale, e facile, e bello, perché Gesù era lì, e i soldi non c’entravano, neanche il passato c’entrava perché Lui era lì e questo gli bastava. Allora Gesù rise di nuovo e disse: “Oggi per questa casa è venuta la salvezza”. Zaccheo non Lo capì bene, non ha mai capito bene, ma quella Sua risata, quella Sua risata di Uomo la sente ancora – qualcosa in lui nella memoria esulta come un canto. In quella Sua risata tutto di me ride con Lui».

È la nostra storia personale; come tanti altri, ognuno di noi può dire: anch’io sono un peccatore su cui Gesù ha posto il suo sguardo. Vi invito, quando siete tranquilli, soli, a fare un momento di silenzio per fare memoria con gratitudine e gioia di quel momento in cui lo sguardo misericordioso di Dio si è posato sulla nostra vita.

Il Suo amore ci precede, il suo sguardo anticipa le nostre necessità. Egli sa vedere oltre le apparenze, al di là del peccato, al di là del fallimento o dell’indegnità. Sa vedere oltre la categoria sociale a cui apparteniamo.

Egli è venuto proprio a cercare tutti coloro che si sentono indegni di Dio, indegni degli altri. Lasciamoci guardare da Gesù, lasciamo che il suo sguardo percorra le nostre strade, lasciamo che il suo sguardo ci riporti la gioia, la speranza, la gioia della vita, la gioia del cuore, l’essere liberi da ogni ricchezza. Amen.

“Il luogo privilegiato dell’incontro con Gesù Cristo è il mio peccato” (Papa Francesco).

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