Basilica di Santa Maria di Collemaggio

La basilica Santa Maria di Collemaggio è nota come come il tempio della Misericordia e del Perdono. In essa sono custodite le spoglie di san Celestino V ed è posta fuori dalla cinta muraria dell’Aquila sull’omonimo colle.

Il complesso architettonico cui fa capo la basilica di Collemaggio sorge su una zona collinare della città dell’Aquila, al centro tra Porta Bazzano, il principale accesso urbico orientale, e l’ex-terminale del Tratturo Magno che da L’Aquila conduceva a Foggia. Secondo la tradizione l’edificazione del tempio fu voluta dall’eremita Pietro Angeleri da Morrone, che qui fu incoronato papa il 29 agosto del 1294 con il nome di Celestino V.

Il santo monaco avrebbe ricevuto la richiesta di innalzare sul posto una chiesa in onore della Vergine Maria dalla Vergine stessa, apparsagli in una sosta sul luogo detto “Collemadio”, nel 1275, mentre il frate si recava al Concilio di Lione in Francia. Collemaggio, monumento simbolo del capoluogo abruzzese, racchiude in sé un insieme di stili diversi frutto di lunghe e differenti fasi costruttive nonché di numerosi restauri cui la struttura è stata sottoposta nel corso dei secoli. L’attuale aspetto medievale è frutto del radicale restauro condotto negli anni ’70 con il quale sono state completamente rimosse le aggiunte effettuate nei secoli XVII e XVIII. Oggi si presenta come un’ampissima aula longitudinale divisa in tre navate concluse da transetto con cupola all’incrocio e da tre absidi, delle quali la centrale più accentuata; le navi sono divise da arcate sestiacute, otto per lato, su pilastri ottagonali e limitate da tre archi verso il transetto.

L’impianto inizialmente progettato da Pietro da Morrone non doveva però essere questo. Studi planimetrici e scavi archeologici porterebbero ad ipotizzare una Collemaggio sempre a tre navi ma conclusa da cinque piccole absidi semiottagonali. L’originaria zona presbiteriale era dunque costituita da una piattaforma parallelepipieda lungo la quale erano disposte le cinque absidi che sforavano l’odierna larghezza della chiesa. Le absidi erano rafforzate da due massicci contrafforti posti ai lati della piattaforma stessa e caratterizzate da dimensioni asimmetriche nonché stranamente gerarchizzate verso un lato. È stato supposto a tal proposito che i costruttori della prima chiesa dopo aver realizzato la piattaforma da supporto per le cinque absidi, per ragioni a noi sconosciute, dovettero modificare il progetto in corso d’opera eliminando dall’originaria larghezza dell’edificio le due absidi a nord e allungando le navi sino al torrione di Rivera. Sono ancora in corso ricerche da parte degli studiosi miranti a verificare le effettive motivazioni di tale cambiamento e cioè se effettivamente il primitivo schema non sia stato mai portato a compimento o se invece esso si nasconda ancora sotto ciò che oggi noi vediamo.

Alla data dell’incoronazione di Celestino V pontefice, il 29 agosto del 1294, dovevano essere stati realizzati almeno la zona del transetto e delle absidi con le muraglie longitudinali a piccola altezza. Dopo il terremoto del 1315 e dopo l’arrivo delle reliquie del Santo all’Aquila, nel 1327, vi fu una concreta ripresa dei lavori grazie anche all’intervento di Mattia Camponeschi che stanziò “6 mila carlini d’argento e circa 29 mila nello spazio di otto anni, per il completamento della chiesa”. Ulteriori interventi ricostruttivi seguirono al violento sisma del 1349, con i quali si procedette non solo alla reintegrazione delle strutture danneggiate ma anche a modifiche dell’assetto duecentesco. Furono infatti regolarizzate le tre absidi con il prolungamento di quella maggiore verso la scarpata del colle sul quale sorge la basilica; fu realizzato il nuovo pavimento dicromo, di circa 20 centimetri più alto del precedente; fu ricostruita la parte alta del transetto e delle mura perimetrali con l’inserimento di monofore a tutto sesto e trilobate. A tali importanti interventi di completamento strutturale seguì tra il 1397 ed il 1402 una rilevante campagna pittorica destinata a decorare la maggior parte degli spazi della chiesa: pareti, volte della tribuna maggiore, pilastri e forse persino le capriate lignee.

Attualmente all’interno dell’ampia struttura longitudinale possiamo ancora ammirare, oltre ai principali elementi strutturali, la ricca pavimentazione dicroma in evidente relazione con lo stile della facciata. Il completamento del pavimento della navata centrale può essere infatti fatto risalire all’epoca di esecuzione della facciata, presumibilmente seconda metà del Quattrocento. La parte della nave centrale è suddivisa in cinque campiture, alle quali si aggiungono quelle a scacchiera delle navi laterali e quelle a losanghe del transetto. L’intera pavimentazione si caratterizza per l’accostamento di basole lapidee rosse e bianche, la cui alternanza crea un affascinante gioco di colore. La prima parte dell’aula è occupata dal trecentesco paramento di rombi, la seconda da motivi cosmateschi e quella centrale dal ricco disegno arabescato che riprende quello della facciata. La copertura è a capriate lignee a vista e sulle navate laterali si snoda una successione di finestre gotiche. L’impianto è caratterizzato da un’estrema semplicità strutturale e decorativa, in cui la scelta funzionale è predominante e l’articolazione dello spazio è affidata alle volumetrie dei pilastri che si innalzano da terra e a quello delle arcate. Intorno alla prima metà del XV secolo fu terminata la straordinaria facciata a terminazione orizzontale la cui costruzione era iniziata agli inizi del Trecento. Questa rappresenta uno degli elementi di maggior interesse ed impatto monumentale dell’edificio sacro, mostrandosi nella sua veste quattrocentesca e sostanzialmente indenne dai successivi interventi che hanno invece coinvolto altre parti dell’edificio. Il prospetto principale è interamente rivestito in pietra locale bianca e rosa abilmente incastonata in un gioco policromo e geometrico di croci e rombi e inserisce le sue geometriche quadrature tra cielo e monti, offrendo un meraviglioso fondale scenico.

L’intera superficie è chiusa ai lati da due imponenti lesene angolari arricchite nella parte interna da due semplici cordoni. Un massiccio cornicione a mensole suddivide la facciata in due ordini; quello superiore è scandito in tre porzioni da due paraste; interessante peculiarità a riguardo è la dimensione del terzo laterale sinistro, più stretto rispetto a quello destro, che riesce a produrre da lontano l’effetto ottico di simmetria, non raggiungibile in altro modo. Gli elementi verticali delle paraste sembrano inseriti a compensare ed interrompere la orizzontalità più statica dell’ordine inferiore. Esse inquadrano inoltre, nella porzione centrale, il raffinatissimo rosone centrale conferendogli una maggiore stabilità ottica. Il rosone si mostra come un autentico ricamo (sembra quasi richiami il tombolo abruzzese) con un doppio giro di colonnine tortili – caso unico in Abruzzo – collegate ad archetti trilobati che si articolano per un diametro complessivo di cinque metri.

Due ghiere decorate a palmette e a sacchi costituiscono la cornice esterna. Nell’ordine inferiore si aprono tre portali romanici e altri due rosoni di dimensioni minori rispetto a quello centrale: il rosone di sinistra mostra un motivo più marcatamente francese, con il gotico disegno raggiato che riprende quello del rosone centrale, quello di destra presenta motivi più nostrani e tradizionali. Una cornice a mensole decorata con tasselli di ceramica bicolore a motivi geometrici separa i rosoni dai portali piegandosi a seguire l’archivolto di quello centrale. Il portale principale è costituito da un enorme e profondo archivolto a risalti a tutto sesto arricchito da cinque cornici: quella esterna si snoda nel consueto motivo con tralcio di vite su cui si arrampicano delle figure umane, quella interna in un fitto repertorio di figure angeliche, le tre centrali presentano invece tre varietà di motivo a tortiglione. Al centro, la lunetta è decorata con una rappresentazione della Madonna con Bambino. A sostenere il tutto sono posti particolari piedritti costituiti da una zona basamentale a formelle con grandi fiori o dischi in rilievo sopra la quale si articolano due ordini di edicole che ripropongono una minuscola architettura gotica. Le nicchie, sette per ordine, sono formate da colonnine cilindriche e a spirale, a tortiglione e a scaletta, con pinnacoli e timpani cuspidati. Esse erano originariamente tutte occupate da statue, delle quali oggi ne restano quattro. Tali spalle rappresentano un elemento di assoluta originalità in ambito abruzzese, rispetto al quale non si rintracciano simili esempi nella regione; unico accostamento può essere proposto, pur con una serie di differenze, con il portale principale del San Giovanni in Venere, per le sue ornatissime lastre marmoree.

Anche i due portali laterali presentano una certa novità nel disegno architettonico: le colonnine frontali solitamente poste a sostegno degli archivolti sono sostituite da pilastri aggettanti. La forma è strombata e ripropone l’elemento delle colonnine tortili tra i risalti; l’archivolto è contornato da una ghiera scolpita con motivo a tralci poggiante sui capitelli decorati a foglie. Entrambi i portali sono affiancati da coppie di mensole variamente decorate. Alla facciata si collega, sul lato destro, un torrione ottagonale che è ciò che rimane di un’antica torre campanaria, la quale, prima di essere incorporata alla struttura della basilica, sarebbe stata una torre di avvistamento appartenuta ai Rivera. La struttura del mastio si ferma all’altezza del cornicione grande della facciata e termina con un parapetto bicolore sbalzante su beccatelli ad archetti ogivali. Lungo la fiancata nord della basilica si apre la Porta Santa, così denominata nel XV secolo, in analogia con le Porte Sante romane legate ai riti dell’Anno Santo; essa risale al periodo appena precedente al 1397, anno di realizzazione dell’affresco contenuto nella lunetta, opera di Antonio da Atri, raffigurante la Vergine col Bambino tra San Giovanni Battista e San Pietro Celestino che mostra la Bolla della Perdonanza. Il portale è costituito da un’intelaiatura strombata con grande archivolto e spalle articolate in tre risalti e colonnine cilindriche lisce agli angoli.

Sopra l’archivolto è posta un’aquila scolpita, simbolo della città. Ogni anno dalla sera del 28 a quella del 29 agosto la porta si apre per l’annuale Giubileo aquilano, durante il quale è attraversata da una continua folla di fedeli dediti a confessioni, veglie di preghiera e celebrazioni liturgiche. È interessante notare che essa sia stata collocata sulla fiancata e non sul fronte principale come di solito succedeva per le altre Porte Sante, il che starebbe ad indicare che sul prospetto principale, all’epoca della sua applicazione, si apriva il solo portale centrale, da cui la necessità di utilizzare a Porta Santa quello posto sul fianco. Proseguendo sino al prospetto posteriore si trova l’imponente complesso absidale con annessa struttura rettangolare della sagrestia tra abside minore nord e abside maggiore. L’organizzazione dell’insieme è piuttosto originale, su tutto spicca la il volume parallelepipedo della tribuna centrale, che si appoggia lungo lo scoscendimento del colle quasi fosse un bastione. L’attuale coronamento a padiglione doveva originariamente essere a timpano, inquadrando in maniera più armoniosa la bifora ogivale posta sulla parete di fondo. Ai lati si affiancano le due absidi minori, in origine entrambe poligonali, le quali conservano una parte di cortina medievale. Nell’angolo opposto a quello della sagrestia è inserita la seicentesca cappella dell’Abate, dotata di un particolare apparato a sporgere. Collegati alla cappella si conservano due arconi quattrocenteschi di portico e, a seguire, il complesso monasteriale con parti medievali, il chiostro quattrocentesco, una sezione tardo-cinquecentesca e le aggiunte settecentesche.

(Dal sito della Basilica di Santa Maria di Collemaggio)

I tesori di santa Madre Chiesa

Non a caso, Dio che è “l’Amore” e  bellezza infinita per eccellenza, è senza ombra di dubbio il più grande ispiratore delle più grandi opere d’arte al mondo. E se pensando a come dei semplici blocchi di marmo sono diventati ad esempio opere come il Cristo Velato e la Pietà di Michelangelo si può provare a immaginare la fede dei dei suoi autori. Quanto stupore ha saputo suscitare nelle mani d’uomo il figlio di Dio?

Santa Madre Chiesa ha un incredibile patrimonio di opere d’arte che avvicinano l’anima dell’uomo a Dio. Ogni martedì pubblicheremo uno di questi patrimoni.

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