Apparteniamo a Qualcuno, un Dio che ci ama: ed ecco la Speranza oltre la tomba
Commento al Vangelo di don Gianmarco Medoro
In una intervista su TV 2000 il compianto Cardinale Menichelli, nostro Arcivescovo per dieci anni, definì la morte “ la nostra grande sconfitta, la grande nemica dell’esperienza umana” E in quella stessa intervista don Edoardo, come amava farsi chiamare, disse: “E’ nemica ma la devi incontrare: o fuggi da essa ma impossibile perché tanto la trovi, oppure impari a morire in pace, da riconciliato!”
Pertanto la commemorazione dei defunti torna ogni anno a farci riflettere sul mistero della morte, sul senso di paura che ci assale ogni volta che la sentiamo vicina, sulla domanda di fragilità che essa pone a ciascuno di noi.
Per rispondere a questo mistero e alla domanda di senso che ne corrisponde, la Liturgia ci offre una grande abbondanza di Parola; ben tre schemi di Liturgia della Parola da ascoltare, meditare e vivere.
Vorrei riflettere con voi, cari lettori, sui tre diversi punti di vista sul mistero della morte che i tre Vangeli ci offrono:
- Nel primo schema ci viene proposta la lettura del Vangelo di Giovanni al capitolo 6. Nei versetti dal 37 al 40 Gesù viene a ricordarci che il suo desiderio è che “non perda nulla di quanto egli (il Padre) mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio!”. La prima postura per stare accanto alla morte è quella della Fede, ovvero sentirsi nelle mani di Qualcuno in cui aver posto tutta la nostra fiducia, con la certezza che niente di noi sarà lasciato cadere nel vuoto e nel buio. Ti senti abbandonato? Hai la consapevolezza che nulla di te andrà perduto?
- Il secondo schema ci offre la lettura del Giudizio del Vangelo secondo Matteo (25, 31-46). Mi colpisce che Gesù per parlare del giudizio finale usi il verbo “separare”. Dice infatti che il Figlio dell’uomo “separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre!”Il separare non è un atteggiamento di condanna, ma di attenzione per ciascuno. La Croce separa ovvero giudica, opera un discernimento tra l’amore e l’egoismo. La seconda postura per vivere il mistero della morte è l’amore. Quell’amore che ci ha unito a quanti sono morti, resta l’unico impegno per vivere già qui l’eternità e anticipare così quanto vivremo nella piena comunione con il Dio-Amore. Ma per amare è necessario saper discernere, separare, ovvero mettere ordine nella tua vita su ciò che è dono gratuito di sé e ciò che invece è egoismo e indifferenza. Stai amando? A chi o in cosa sono indifferente?
- Nel terzo schema ci viene riproposto il Vangelo delle Beatitudini, ascoltato ieri nella Solennità di Tutti i Santi (Mt 5, 1-12). E’ forte il richiamo alla speranza di ciò che vivremo nell’eternità: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». In questo anno del Giubileo siamo chiamati a vivere come pellegrini di speranza, avendo la consapevolezza che tutta la nostra vita è un pellegrinaggio verso questa ricompensa che è nei cieli, e che ci viene proposta da Gesù come la via per raggiungere la pienezza di felicità. La terza postura per accogliere il mistero della morte è la speranza, che Charles Péguy amava definire “la piccola” tra le virtù teologali eppure è quella che trascina le altre due maggiori. Per noi cristiani la speranza non è utopia, o attesa di qualcosa che potrebbe arrivare o non arrivare. La speranza è una Persona: Cristo Gesù, autobiografo delle Beatitudine elencate nel capitolo 5 di Matteo. Per vivere la speranza oltre la morte dobbiamo imparare a guardare a Lui che sulla croce ha attraversato la mia esperienza di mortale, ha accolto il mistero della morte e l’ha assunto pienamente. Sto guardando a Gesù, fonte della speranza ultima ed eterna?
Cari fratelli e sorelle, mentre ci rechiamo oggi presso le Tombe dei nostri cari riscopriamo
- la fede di chi sa di appartenere a Qualcuno per cui valgo la sua stessa vita,
- l’amore che è separato dall’egoismo e dall’indifferenza,
- la speranza che ha un volto, il volto di Cristo morto e risorto.
Allora dopo 800 con Francesco d’Assisi potremo chiamare anche noi la morte corporale come “sorella nostra”.
